Storia degli inca

Si ritiene che la città inca di  Cuzco  sia stato fondato nel 1200 D.C. con i connotati di un villaggio fortificato, sviluppato intorno a un tempio originario. Della vita del mitico Manco Capac, l’eroe primordiale fondatore, sono noti pochi particolari oltre a quelli della sua origine divina. Esaminando le vicende dei regni, sempre leggendari, dei suoi discendenti, da suo figlio Sinchi Roca, al suo successore Lioque Yupanqui, abbiamo l’impressione di una esistenza tribale del nucleo originario teso ad allacciare alleanze con le etnie vicini tramite legami matrimoniali.

manco capac e mama ocllo

Manco capac primo re inca e sua moglie Mama Ocllo.

In questa fase i signori del Cuzco non si differenziano affatto dalle altre tribù con cui cercavano di avere rapporti pacifici e i limitati scontri in cui si trovarono coinvolti erano riconducibili alle inevitabili rivalità che sconvolgevano periodicamente l’esistenza dei primi colonizzatori delle Ande. Per lo più si trattava di affrontamenti per il possesso di pascoli o di colture che non si traducevano in vere e proprie guerre, ma si risolvevano in sporadiche scaramucce.

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veduta di Cuzco moderna.

L’unica importante caratteristica che differenzia gli Inca dell’epoca dai loro vicini è la costruzione del tempio del Sole all’interno della loro città e l’attrazione che il culto, ivi esercitato, cominciò a esercitare anche presso le etnie circostanti. Dall’esame dei racconti mitici si ricava l’idea che il potere sacerdotale, avvalendosi del prestigio della sua funzione cultuale, abbia esercitato una sorta di predominio anche nei confronti dei regnanti che, di fatto, abitavano nel tempio

Un cambiamento sostanziale nella storia degli Inca si registra con l’avvento al trono del quarto re, il figlio di Lloque Yupanqui conosciuto come Mayta Capac. Innanzitutto il suo epiteto, Capac, già patrimonio del mitico Manco, lo indica come un signore assoluto, mentre i suoi predecessori erano stati illustrati con quello di “Sinchi” che è proprio di un capo militare o di “Yupanqui” che è solo un attributo qualificativo inteso come “memorabile”.

Sotto la sua guida gli Inca affrontarono per la prima volta una vera e propria guerra per conseguire il predominio della vallata del Cuzco. A farne le spese fu una tribù consanguinea, quella degli Alcabizas. La nuova politica del re non dovette incontrare l’approvazione del clero che intendeva conseguire la propria preminenza, su tutto il territorio, con l’esercizio della funzione sacerdotale, ma la vittoria dell’intraprendente sovrano mise a tacere, per il momento, le sue rimostranze. Il contrasto tra i due poteri, quello sacerdotale e quello regale è comunque evidente nei racconti del regno di Mayta Capac che viene ricordato, oltre che per il suo indiscusso valore militare, per la sua lotta contro le Huaca, gli idoli sacri degli Inca.

 

L’opposizione tra i due poteri era destinata ad accentuarsi durante il regno di suo figlio, Capac Yupanqui che mostrò una volontà di continuazione dell’indirizzo governativo di Mayta Capac. Il nuovo re creò anzitutto una confederazione di cui gli Inca si posero a capo. Le tribù limitrofe furono, ben presto, invitate a raggrupparsi in questa alleanza e quelle recalcitranti vennero costrette ad allinearsi con la forza. Fu questo il caso dei Quechua e degli Aymara che divennero, da allora, formalmente alleati, ma di fatto soggetti al Cuzco.

Le armate del re Capac Yupanqui erano così giunte fino alle rive del mitico lago Titicaca e avevano riconquistato la regione di origine degli Inca, accrescendo il prestigio del sovrano presso il suo popolo, ma alcune sue iniziative, in campo religioso, lo avevano invece reso inviso ai sacerdoti. Alcuni racconti fanno di lui il fondatore di un nuovo culto, quello di “Tonapa”, una divinità che sarebbe sorta dal grande lago e che si sarebbe dichiarata nemica di tutte le huaca. In ogni caso, anche a non voler dar credito a questa estremizzazione della sua posizione religiosa, è evidente la sua politica di contenimento del potere sacerdotale che il sovrano intendeva rendere subordinato a quello regale.

Capac Yupanqui morì avvelenato apparentemente per una congiura familiare, ma i sospetti cadono ovviamente sui rappresentanti del clero che il re osteggiava. Non a caso il suo successore Inca Roca edificò la sua reggia fuori dal tempio che venne lasciato sotto il dominio dei sacerdoti. In questa occasione si concretizzò anche un importante cambio di dinastia. Fino alla morte di Capac Yupanqui i re erano appartenuti alla fazione Hurin Cuzco, letteralmente il Cuzco di sotto, ossia quella parte della città dove era collocato il tempio. Con l’avvento al trono di Inca Roca, che era un rappresentante di Hanan Cuzco, ossia della parte alta, i futuri sovrani saranno sempre scelti in questa metà ed eleggeranno la loro dimora nella parte superiore della città, lasciando il tempio al potere sacerdotale.

Comunque con l’ascesa al trono del nuovo re i due poteri, regale e sacerdotale, risultarono divisi senza apparenti interferenze dell’uno sull’altro. Inca Roca dispiegò tutta la sua attività per accrescere il territorio dello Stato impegnandosi in numerose guerre, per la maggior parte vittoriose e non si immischio in problemi di ordine religioso come avevano fatto i suoi predecessori. Lo scontro pareva terminato, ma il consolidamento delle strutture statali inca non poteva operarsi senza risolvere il dualismo che ne minava la stabilità.

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il re inca Roca.

Una delle più importanti azioni belliche del nuovo re fu un regolamento di conti con la potente tribù degli Ayarmacas che gli aveva rapito il figlio con l’intento di arrestare la sua aggressività. Recuperato il principino, che per poco non era stato messo a morte, le armate del Cuzco mossero contro i nemici sconfiggendoli ripetutamente in battaglia. Inca Roca fu un re attivo e poderoso e sotto la sua guida il piccolo regno conobbe un periodo di prosperità imponendosi all’esterno sui suoi avversari e stabilizzando le sue strutture all’interno grazie a delle riforme illuminate. Furono create delle scuole e vennero incanalate le acque dei torrenti che bagnavano la città e che saltuariamente la inondavano, favorendo nel contempo il miglioramento delle tecniche agricole. Tuttavia la forza dello Stato Inca era ancora troppo legata alle capacità personali del suo sovrano e bastò infatti che il suo successore si dimostrasse debole e irresoluto perché tutto l’edificio minacciasse di crollare.

Yahuar Huacac, il figlio di Inca Roca non aveva il carattere del padre. Forse era debole di salute come pare indicare il suo nome che significa “colui che piange sangue”, forse era rimasto frustrato dalle terribili vicende che ne avevano segnato la fanciullezza, ma in ogni caso di lui non si ha memoria per nessun fatto notevole se non appunto il rapimento di cui era stato vittima.

 

La sua morte segnò, invece, una tappa importante per la storia inca. Secondo Cieza de Leon venne assassinato da una torma di soldati di una tribù confederata che aveva incautamente lasciato entrare armati nel Cuzco. La sua fine, per poco, non segnò anche quella della città perché i suoi uccisori, esaltati dall’omicidio del sovrano, misero a ferro e fuoco il Cuzco e furono scacciati dagli Inca solo al termine di una cruenta battaglia strada per strada.

La sua inettitudine minacciò di travolgere la stessa istituzione monarchica scaduta di prestigio agli occhi dei cittadini che pensarono di dare il potere a una oligarchia composta dai suoi membri più prestigiosi. Nel tumulto generale riuscì tuttavia a imporsi un personaggio rispettato da tutti. Si trattava di un inca del più nobile lignaggio, il suo nome era  Viracocha. Sarebbe stato Viracocha Inca, l’ottavo re di Cuzco. Apparteneva alla casata degli Hanan Cuzco.

I regni dei primi re inca sono considerati protostorici in quanto basati su racconti leggendari che possono essere riferiti a personaggi idealizzati, per cui gli avvenimenti loro attribuiti hanno un valore indicativo e non comportano necessariamente una reale corrispondenza alla realtà, assumendo, invece il valore di mito. Il regno di Viracocha Inca viene invece considerato semi storico, perché i fatti narrati, pur non potendo essere accreditati come avvenuti esattamente così come sono stati tramandati, hanno trovato sufficienti riscontri in tradizioni di altre tribù andine per poter essere storicamente accettati, almeno nelle loro linee generali.

Viracocha è stato un grande re che ha contribuito in modo notevole alla edificazione dello Stato incaico. Assunto il potere in un’epoca di torbidi, ha dovuto, durante i primi anni di regno, badare a respingere i tentativi di ripristinare le antiche gerarchie. Gli Hurin Cuzco tentarono in effetti di riappropriarsi del trono, forse appoggiati dal clero e, per un corto lasso di tempo, occuparono addirittura la capitale, ma dovettero desistere dal loro tentativo davanti alla determinazione del re.

La contesa con il potere sacerdotale continuò tuttavia, con connotati di una lotta sotterranea, mentre il sovrano dirigeva i suoi sforzi ad aumentare i domini del regno. La prima campagna degna di nota di Viracocha Inca si svolse sul Collao, l’altipiano intorno al Titicaca e consolidò la potenza Inca in una zona da sempre contesa. Negli anni successivi gli eserciti Inca, ormai forza egemone della regione, ampliarono notevolmente i loro confini a scapito delle etnie vicine costrette a entrare nella loro confederazione.

Quando era ormai avanti negli anni, Viracocha Inca si trovò confrontato a un pericoloso avversario. La minaccia veniva dai Chanca, una stirpe bellicosa della contrada di Ayacucho. I Chanca appartenevano a una razza guerriera che  aveva dato il colpo di grazia al decaduto Stato di Huari assai potente prima dell’arrivo degli Inca. Si consideravano espressione delle forze della natura delle lagune di Choclococha e Urococha e avevano una loro lingua, il puquina. Amavano la guerra in quanto tale e non ambivano a consolidare il loro potere, ma piuttosto si dedicavano a una serie di razzie che colpivano i loro vicini. Assai determinati in battaglia, terrorizzavano i loro nemici con acconciature minacciose, pitturandosi il viso di colori vivaci e acconciando i capelli in lunghe treccine.

Il momento per scontrarsi con un così temibile avversario cadeva male a proposito per gli Inca. Il loro re, ormai anziano, aveva perduto il suo spirito combattivo e l’erede che si era scelto non aveva alcuna attitudine guerriera. Viracocha Inca, in effetti, aveva associato al potere regale uno dei figli, nato da una concubina che gli era particolarmente cara. Costui, noto come Inca Urco, era dedito ai piaceri e aveva una natura grossolana e volgare che lo rendeva detestabile agli occhi dei suoi sudditi. Con questi presupposti, la notizia dell’arrivo dei Chanca seminò il panico nella corte del Cuzco che cercò ogni mezzo per scongiurare il pericolo senza combattere.

A questo atteggiamento non fu estraneo il comportamento del corpo sacerdotale che, stando a una cronaca raccolta da uno spagnolo anonimo, si alleò addirittura con gli invasori che il clero inca che, pur di abbattere il potere regio, avrebbe preso contatti con i generali dei Chanca. In questo contesto Viracocha Inca e suo figlio Urco decisero di abbandonare la capitale e di ritirarsi in un’altura fortificata chiedendo mercé al nemico. Gli Inca però non erano tutti d’accordo con il loro sovrano e la parte sana della nazione avrebbe preferito combattere fino alla morte piuttosto che arrendersi senza lottare, ma erano abituati a obbedire a un capo e senza ordini non si decidevano ad agire. Quando si presentò un principe per guidarli furono in molti ad armarsi per seguirlo. L’uomo della provvidenza era un figlio legittimo di Viracocha Inca di appena vent’anni, il suo nome era quello di “Inca Yupanqui”, ma sarebbe stato in seguito conosciuto con l’appellativo di Pachacutec che, in lingua Quechua vuol dire “Il riformatore del mondo”.

Contro ogni aspettativa Pachacutec riuscì a vincere i Chanca in una sanguinosa battaglia ai margini del Cuzco e ad allontanare il pericolo dalla capitale. Suo padre, però, non volle riconoscergli il merito della vittoria e si ostinò a preferirgli l’imbelle Inca Urco. Pachacutec non se ne dette per inteso e, appoggiato da tutti i suoi parenti e dalla massa dei sudditi si preparò ad affrontare i Chanca che erano di ritorno, ebbri di voglia di rivincita. Ancora una volta lo scontro fu estremamente sanguinoso e, ancora una volta, gli Inca conseguirono la vittoria distruggendo per sempre la potenza dei loro avversari.
Questa volta la decisione di Viracocha Inca non poteva sovrastare quella del suo popolo e il vincitore assunse il comando divenendo il nono sovrano di Cuzco.

era il 1438 nacque l’impero inca e il primo imperatore fu Pachacutec il grande.

L’IMPERO INCA

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Pachacutec l’alessandro magno delle Ande.

Pachacutec non amava il potere per il potere ed era animato dalla volontà di rendere il suo Stato potente e memorabile. Per prima cosa si dette a ricostruire la città edificando un nuovo tempio in ringraziamento della vittoria. Il clero fu ovviamente colpito e una salutare riforma ne limitò considerevolmente i poteri subordinandolo, per sempre, a quello regale. Il Cuzco risultò completamente trasformato e abbellito da sontuosi palazzi distribuiti tra le famiglie più fedeli. Il nuovo sovrano fece anche rivedere la storia dei suoi antenati e un corpo di saggi ricostruì le vicende dei precedenti sovrani, sovraintendendo alla raffigurazione pittorica delle loro gesta su apposite tavole conservate nel tempio. Il suo genio formativo si dispiegò in tutti i campi e impresse alle strutture inca quell’ammirevole equilibrio che avrebbe impressionato anche gli Spagnoli.

In un altro campo l’opera del riformatore doveva però trovare la sua più completa realizzazione, quella cioè della trasformazione dello Stato in un impero. Fino ad allora gli Inca avevano ampliato il proprio potere confederando le etnie soggette in un’alleanza di cui erano i capi indiscussi, ma che riconosceva l’autonomia degli aderenti sia su un piano formale, sia su un piano sostanziale. Il disegno di Pachacutec fu quello di costituire un impero incaico in cui i popoli si sarebbero dovuti fondere, rinunciando a una propria sovranità nazionale. Le singole caratteristiche sarebbero state conservate, così come le credenze religiose e le gerarchie locali, ma i capi delle varie comunità sarebbero stati, da allora in poi, soggetti al Cuzco. In cambio i vari distretti avrebbero ottenuto la protezione del potere centrale e si sarebbero inseriti in un sistema di ridistribuzione delle risorse con reciproca soddisfazione.

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come era nel 1460 la città sacra di Machu Picchu fatta costruire da Pachacutec.

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come oggi la città inca di Machu Picchu

Un sistema di tale natura non poteva essere accettato senza resistenze e Pachacutec basò la sua opera di persuasione principalmente su quella dei suoi eserciti che, ormai, apparivano invincibili. Ciò nonostante furono necessarie numerose guerre per convincere i popoli più recalcitranti a rinunciare alla propria sovranità. Il sovrano intraprese personalmente una serie di campagne che portarono rapidamente le insegne del Cuzco lontano dalla capitale.

 

I suoi successori avrebbero continuato la sua opera, primo di tutti suo figlio Tupac Inca Yupanqui che animato, al pari del padre, da un imperialismo divorante dedicò tutta la sua vita a campagne militari. Sotto gli ordini di Pachacutec, Tupac  Inca Yupanqui si spinse verso nord ed ebbe ragione delle tribù di Jauja e di Cajamarca. Ebbe poi l’audacia di confrontarsi con il potente regno dei Chimù e, dimostrandosi ottimo stratega, ne vinse la resistenza senza combattere, soltanto con la minaccia di distruggere i canali che permettevano di rendere fertili le vallate costiere, altrimenti sabbiose. Riprese le armi si affrettò a piegare l’opposizione dei Canari e a spingersi fino al litorale, occupando la regione di Tumbez e l’isola di Puna.

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gli inca conquistano Chan Chan capitale dei Chimù.

Era tale la sua bramosia di conquista che, avendo avuto notizia dell’esistenza di ricche isole in mare aperto, non esitò a far imbarcare il suo esercito su una flotta di balse, costruite per l’occasione, e a lanciarsi nelle onde dell’Oceano sparendo all’orizzonte. Restò in mare per undici mesi e tornò con delle spoglie bizzarre: una sedia di ottone e la pelle e una mandibola di cavallo nonché alcuni indigeni di pelle scurissima. Gli studiosi di storia incaica si interrogano ancora oggi sulla collocazione di queste isole del Pacifico.

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il figlio di Pachacutec, Tupac Inca Yupanqui.

Dopo la morte del padre, Tupac Inca Yupanqui non desisté dalla sua politica di conquiste. Per prima cosa si avventurò nella selva amazzonica, ma la foresta vergine, umida e malsana, ebbe ragione dei rudi montanari di Cuzco che furono costretti a retrocedere. Si volse allora verso meridione e, passando per le Ande, giunse nell’odierno Cile dove trovò un popolo fierissimo disposto a combattere fino alla morte per la propria libertà. Si trattava degli araucani che avrebbero dato tanto filo da torcere anche agli Spagnoli e Tupac inca Yupanqui, considerando la distanza che lo separava dalle sue linee, decise di soprassedere alla conquista. Il confine venne fissato al Rio Maule e venne steso un trattato di alleanza formale con i capi locali, dopodiché gli Inca tornarono in patria. Tupac inca Yupanqui dovette anche affrontare alcune congiure, ma ormai era stanco e malato e si ritirò in un’amena proprietà di campagna per chiudere la sua vita lontano dalle armi. Suo figlio avrebbe continuato l’impresa.

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non conoscendo ne cavalli ne ruota gli inca si spostavano a piedi, solo gli alti nobili e l’imperatore venivano portati in portantina.

Huayna Capac era molto giovane quando giunse al trono e, per di più, il suo diritto al comando dell’impero era contestato da alcuni potenti parenti. Il nuovo imperatore dovette dedicarsi, con l’aiuto della madre e dei suoi fedeli, a consolidare il suo potere e, per parecchi anni si tenne discosto dalle pratiche militari. Quando infine si accinse a seguire l’esempio dei suoi avi, si diresse per prima cosa in Cile dove l’autorità degli Inca era in aperto declino. l’imperatore era giovane, ma non avventato e comprese, come già aveva compreso suo padre prima di lui, che sostenersi con le armi in quella regione era assai pericoloso e preferì usare l’arte della diplomazia. Nominò rappresentanti degli Inca i capi locali e questi, lieti del prestigio acquisito, gli tributarono omaggio, dopodiché le armate imperiali poterono tornare a Cuzco con l’onore intatto.

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l’impero inca occupava Perù, parti di Cile, Argentina, Bolivia, Ecuador e Colombia.   

Quando giunse la notizia che le terre del Nord si erano ribellate Huayna Capac era già tornato al Cuzco e non perse tempo ad accorrere, con i suoi eserciti, a Tumibamba, la città in cui era nato durante una precedente campagna del padre. In questa città pose la sua base per le operazioni che lo avrebbero occupato per il resto della vita. In effetti Huayna Capac, malgrado una ultra decennale attività militare nelle regioni del Nord, non conseguì conquiste importanti. La sua fu piuttosto un’opera di consolidamento dell’impero edificato da Pachacutec e da Tupac inca Yupanqui.

La conquista era stata resa agevole dalla potenza degli eserciti del Cuzco, ma la pacificazione dei territori e la loro integrazione nell’edificio imperiale si sarebbe rivelata una pratica faticosa, lunga e logorante e inframmezzata da numerose rivolte che avrebbero agitato per molti anni le tribù sottomesse. Alla fine della sua esistenza Huayna Capac aveva comunque raggiunto il suo scopo. L’impero degli Inca si estendeva dal fiume Ancasmayo, a Nord dell’Ecuador, al rio Maule nella regione del Cile e l’unità dell’immenso territorio era ormai conseguita.

Altri sarebbero stati i pericoli destinati a minare la solidità dell’immensa costruzione politica. L’estensione del territorio avrebbe favorito l’autonomia delle regioni del Nord che sarebbe sfociata in una guerra civile tra due dei suoi figli: Huascar sovrano del Cuzco e Atahualpa signore di Quito. Una minaccia ancor più gravida di conseguenze si profilava, però, all’orizzonte: gli Spagnoli stavano preparando la conquista del Perù.

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l’imperatore di Cuzco Huascar figlio di Huayna Capac.

Huáscar, sostenuto dalla nobiltà di Cuzco, dalle autorità religiose e dagli uomini più importanti del regno, riteneva un insulto il fatto che un bastardo avesse ereditato il trono di Huayna Cápac. I nobili Inca consideravano Atahualpa illegittimo perché la madre, Paccha, non faceva parte della famiglia reale, ma era figlia di Cacha Shyri Duchicela, un capo sconfitto dagli Inca durante l’espansione a nord. In ogni caso la madre faceva parte della famiglia reale Shyri. Poco dopo che Huáscar ebbe assunto l’incarico, si aspettava che Atahualpa e chiunque altro fosse sottomesso al dominio Inca gli giurasse fedeltà, confermando quindi la sua supremazia. Atahualpa si rifiutò di farlo. Fu probabilmente questa la causa della guerra perché Huáscar era di fatto il più anziano di “puro” sangue Inca. La madre, Chincha Ocllo, ed il padre, Huayna Capac, erano fratello e sorella, il che gli conferì il 100% di sangue reale.
Il controllo di Cuzco, capitale dell’impero, fu passato a Huáscar alla morte del padre. Con la crescita del conflitto, Huáscar radunò un esercito sotto la guida di Atoc pre prepararsi ad attaccare il fratello. I generali di grado superiore leali al padre, Chalcochima, Quizquiz e Rumiñahui, si schierarono con Atahualpa, il quale stava ricompattando l’antico esercito imperiale di Huayna Capac a Quito, nelle regioni settentrionali che erano rimaste sotto al suo controllo.
Gli Inca parlavano della città di Tumebamba come di una “seconda Cuzco”. Situata nei sobborghi di Quito, Tumebamba sembrava ideale. Le persone leali ad Atahualpa cercarono di creare una nuova capitale dell’impero in questa città, così da poter seguire il sovrano che preferivano, e non cadere sotto il controllo di Huáscar. Atahualpa accettò di diventare il sapa inca  della nuova capitale. Huáscar, che aveva terminato di mettere insieme il proprio esercito, si diresse a nord quando seppe la notizia, nel tentativo di sbarazzarsi del fratello ed avere il completo controllo del regno. I suoi uomini iniziarono gli scontri con un attacco a sorpresa a Tumebamba. Sconfitta la guardia, Atahualpa fu catturato. L’esercito che comandava fu imprigionato durante la celebrazione della vittoria. Nel corso del banchetto gli uomini si ubriacarono e le guardie permisero ad una donna di vedere Atahualpa. Questa donna nascondeva un arnese col quale il prigioniero poté, nel corso della notte, crearsi un buco da cui evadere. Appena liberatosi, Atahualpa recuperò il proprio grosso esercito da Quito lanciandolo in un contrattacco.
Dal 1531 al 1532 i due eserciti si scontrarono numerose volte in battaglia. Il primo confronto si ebbe quando Atahualpa si mosse a sud poco dopo la fuga, raggiungendo la città di Ambato. Qui, nelle pianure di Mochacaxa, trovarono gli uomini di Huáscar. I soldati attaccarono, sconfiggendo l’esercito di Huáscar, e riuscendo a catturare ed uccidere il generale capo avversario, Atoc, assieme a molti altri soldati.  Prima che Atoc venisse ucciso, i suoi nemici lo torturarono con dardi e frecce. Dopo la sua morte Atahualpa chiese che il suo “teschio fosse trasformato in una coppa dorata, e gli spagnoli notarono che Atahualpa la stava ancora usando quattro anni dopo”. Dopo questa vittoria rafforzò il proprio esercito proseguendo a sud invadendo le terre che appartenevano al fratello. Durante il viaggio di avvicinamento a Cajamarca aumentò il proprio numero di soldati. Per prima cosa tentò di garantirsi senza scontri la lealtà degli uomini di Huáscar; quando questo non funzionava, diventava estremamente violento, uccidendo grandi quantità di persone. Questo convinceva i sopravvissuti ad arrendersi. Un racconto di queste vicende narra di come Atahualpa non mostrò pietà massacrando i Cañari perché si erano alleati con Huáscar. Quando infine giunsero a Cajamarca, Atahualpa mandò avanti buona parte del suo esercito, guidato dai suoi generali capi, per proseguire l’avanzata mentre lui stava al sicuro in città. Qui venne a conoscenza del fatto che gli spagnoli stavano entrando nel loro territorio.
La campagna militare nel sud proseguì. Si tennero battaglie a Bonbon ed a Jauja, entrambe u successo per gli uomini di Atahualpa. La successiva battaglia iniziò sulle pendici del colle di Vilcas, e stava per volgere verso Huáscar. Egli aveva stanziato le proprie truppe sulla cima della collina, nascosti dietro una fortezza in pietra. Con l’inizio degli attacchi, i suoi uomini persero la posizione e si ritirarono. Ci furono altri scontri a Pincos e Andaguayias mentre i soldati occupavano tutto il sud. Gli uomini di Atahualpa spinsero gli avversari verso la capitale, a nordovest di Cuzco, provocando una battaglia tra Curaguaci e Auancay che fu l’ennesimo successo. Obbligarono gli avversari a spostarsi a Limatambo, a circa 30 chilometri da Cuzco, dove l’esercito di Huáscar fu sconfitto a Ichubamba.
Dopo anni di guerra civile si cominciava a vedere la fine. Atahualpa ed il suo esercito avevano sconfitto Huáscar in ogni scontro fin dalla prima battaglia. Nel 1532, quando Cuzco sembrava sul punto di cadere, “Huáscar inviò un nuovo esercito contro Atahualpa ma, dopo alcune battaglie, i suoi uomini furono fatti scappare e lo stesso Huáscar fu catturato” L’esercito di Atahualpa aveva vinto la guerra. La notizia raggiunse Atahualpa a Cajamara, dove l’esercito venne a conoscenza dell’invasione spagnola.

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l’imperatore di Quito Atahualpa figlio prediletto di Huayna Capac.

CONQUISTA SPAGNOLA DELL’ IMPERO INCA

Gli spagnoli avevano conquistato progressivamente i Caraibi e le regioni occupate dagli aztechi (Messico centrale) e dai Maya (Yucatan e Guatemala), iniziando quindi l’esplorazione dell’America del sud.
Già nel 1515 a Panama, presso gli spagnoli, non si parlava d’altro di una terra ricca d’oro.
Nel 1508 una nave mandata in ricognizione in Brasile era venuta a conoscenza che all’interno del paese viveva un ricco popolo con le armature coperte d’oro. Probabilmente questi portoghesi erano venuti in contatto con la tribù dei Cario (che occupavano la parte meridionale del Brasile) e che erano in rapporti commerciali con gli inca.
Nel 1526 Sebastiano Capoto (figlio del famoso navigatore), avendo sentito parlare delle favolose ricchezze del Pirù (o Birù come era allora anche chiamato) cominciò a risalire il rio della Plata alla ricerca di oro e argento. Ma il suo viaggio fallì miseramente e dopo lunga permanenza nei pressi dell’odierna santa Fe, fu obbligato a rientrare in Spagna.
Tra il 1521 ed il 1525 Alejo Garcia risalì il fiume Paraguay e continuò via terra arrivando fino ai confini est dell’impero inca (dopo aver assoldato al proprio servizio anche indiani Guaranì). Fece delle razzie e ritornò con un ricco bottino.
Ma il mito del El Dorado doveva spingere altri avventurieri. Nel 1535 Pedro de Mendoza risaliva il Rio della Plata alla ricerca di una terra ricchissima sopportando incredibili disavventure e fallimenti. In realtà cercava una terra già scoperta.

Il Perù venne visitato da Pascual de Andegoya nel 1522 e nel 1524 Francisco Pizarro ne raggiunse le coste in navigazione del Oceano Pacifico. In una seconda spedizione (1526-1528) si spinse nuovamente a sud fino a rio Santa e scoprì la prosperità delle popolazioni inca che abitavano il territorio, riportandone oro, lama e alcuni indigeni.

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l’incontro tra Atahualpa e Pizarro il 16 novembre 1532.

Tornato in Spagna, Pizarro ottenne dal re Carlo I aiuti e la nomina a viceré e governatore delle terre che avesse conquistato, e intraprese nel 1530 una terza spedizione insieme a Diego de Almagro, muovendosi per mare da Panama con tre navi fino alle coste dell’Ecuador. Si spinse quindi via terra fino in Perù, dove giunse nel 1532 dopo aver superato con una faticosa marcia le Ande.
Il Perù era allora in preda ad una guerra civile tra il figlio prediletto del imperatore Huayna Capac, Atahualpa ed il fratellastro Huascar. Atahualpa aveva appena vinto la guerra perché i suoi soldati avevano catturato Huascar, si trovava Cajamarca. Il 15 novembre 1532 Pizarro arrivò a Cajamarca. Il giorno dopo catturò con l’inganno l’inca  Atahualpa e massacro più di 2000 soldati inca mentre gli spagnoli persero solo 5 uomini. Atahualpa rimase prigioniero nonostante la straordinaria quantità di oggetti d’oro provenienti da tutto l’impero offerti per il riscatto, rimase prigioniero. Egli venne ucciso il 29 agosto del 1533 perché Pizarro credeva che stava complottando contro di lui; prima di morire Atahualpa si fece battezzare con il nome di Francisco.

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il conquistatore spagnolo Francisco Pizarro.

La morte di Atahualpa rischiava di far precipitare l’impero inca nel caos. Questo era esattamente ciò che voleva evitare Pizarro, ma non era facile evitare lo sgretolamento delle strutture nella fase di confusione generalizzata che percorreva tutto il territorio andino. L’intera regione era stata lacerata dalla guerra civile e il sud dell’impero era ancora strangolato da eserciti di occupazione. Al Nord gli Spagnoli si apprestavano a marciare verso Sud dopo aver addirittura ucciso l’Inca supremo e le popolazioni delle varie contrade poste tra le due formazioni cercavano di approfittare della congiuntura per sottrarsi al dominio degli Inca, contando per questo sull’aiuto degli stranieri. .

Pizarro comunque aveva bisogno di un nuovo sovrano da manipolare a suo piacimento, nella speranza che frenasse la ribellione in atto. il nuovo imperatore fu trovato tra i fratelli di Atahualpa fedeli a Huascar. Si trattava di Tupac Huallpa, un giovane principe del Cuzco che si era rifugiato tra gli Spagnoli. Dopo aver osservato i riti prescritti e con tutta la pompa ufficiale prevista dai suoi congeneri, venne incoronato alla presenza di Pizarro e degli altri ufficiali schierati. Venne però introdotta una variante alla cerimonia. Il nuovo imperatore si inchinò tre volte davanti alla bandiera spagnola in segno di sottomissione.

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il conquistatore spagnolo Diego de Almagro.

Esperite queste formalità, il piccolo esercito di Spagnoli prese finalmente la strada per il Cuzco. La via era irta di pericoli e si temeva un attacco da parte di Quizquiz, certamente intenzionato a vendicare il suo signore per cui Pizarro inviò Guaratico, un principe inca a lui fedele in avanscoperta con il compito, in particolare, di ripristinare i ponti manomessi.

Costui venne immediatamente ucciso, mentre scontri sempre più frequenti infastidivano la marcia. Quizquiz aveva scelto la tattica della terra bruciata e tutti i villaggi risultavano spogli e desolati. Tuttavia numerosi abitanti si prestavano di buon grado ad aiutare gli stranieri che potevano così contare su una multitudine di truppe ausiliarie e di utilissimi portatori.

Pizarro, dal canto suo, cercava di attirare il nemico in uno scontro frontale, ma ormai disperava dell’occasione, quando alcuni informatori indigeni, a lui fedeli, gli comunicarono che considerevoli forze nemiche erano attestate a Jauja intenti a bruciare l’importante cittadina. Gli Spagnoli partirono al galoppo, lasciando indietro i fanti con le salmerie e, a mezzo di marce forzate, riuscirono a sorprendere gli uomini di Quizquiz attardati nei pressi della cinta urbana. Ne seguì un massacro che galvanizzò i soldati iberici e i loro alleati e insegnò a Quizquiz che i cavalli erano invincibili in pianura.

Quando arrivò il resto della truppa, venne deciso di costituire un presidio nella città conquistata e ne venne affidato il comando al tesoriere Riquelme. Proprio nel nuovo insediamento avvenne la morte di Tupac Huallpa, l’Inca fantoccio su cui riposavano le speranze di pace di Pizarro. Il giovane sovrano era già malato quando era stato eletto al potere supremo, ma tra la truppa corse la voce che era stato avvelenato da Chalcochima, il generale fedele ad Atahuallpa che seguiva prigioniero la spedizione. L’anziano guerriero era già stato oggetto di forti sospetti, per la condotta delle forze di Quizquiz che si pensava fossero da lui istruite in qualche maniera, ma nulla gli venne contestato ufficialmente, almeno per il momento.

Dopo pochi giorni il piccolo esercito riprese la marcia in direzione della capitale degli Inca. Hernando Pizarro procedeva all’avanguardia con ordini di osservare un’estrema cautela, ma la sua giovane età e il desiderio di distinguersi dovevano indurlo a un’azione avventata. Scontratosi con un contingente nemico lo aveva messo in fuga e, sconsideratamente, lo aveva inseguito su un territorio sconosciuto sulle pendici di un colle. Ottomila indigeni erano piombati addosso al suo drappello che si era salvato solo con la fuga. L’azione era però stata disastrosa per gli Spagnoli perché cinque di loro mancavano all’appello e tutti gli altri lamentavano serie ferite. Anche diciotto cavalli portavano i segni dello scontro e si trascinavano sanguinanti e malconci.

L’arrivo di Almagro, inviato in soccorso, aveva capovolto la situazione permettendo il ricongiungimento di tutte le forze spagnole a Jaquijuana dove si tenne un consiglio dei capitani. Tutti furono concordi nel giudicare Chalcochima responsabile degli ultimi avvenimenti. Il prestigioso generale era stato tenuto in vita nella speranza che favorisse un atteggiamento remissivo delle forze di Quito, ma, evidentemente, la sua personalità era aliena da compromessi e stimolava invece le azioni più ostili. La sua morte venne decretata all’unanimità e la sentenza immediatamente eseguita.

Il prestigioso condottiero fu, fino all’ultimo, all’altezza della sua fama. Respinse sdegnosamente l’offerta di farsi cristiano e affrontò il rogo invocando Pachacamac, la sua divinità. Le sue ultime grida furono rivolte a Quizquiz per una richiesta di pronta vendetta.

Il giorno dopo comparve un personaggio che avrebbe avuto un ruolo determinante nei successivi avvenimenti. Si trattava di Manco, un principe inca, figlio legittimo di Huayna Capac e fratello di Atahualpa, Huascar ,  Nella guerra civile aveva parteggiato per la fazione di Cuzco e, alla vittoria delle genti di Atahualpa aveva abbandonato la regione per salvarsi la vita. Aveva avuto notizia dell’arrivo di un gruppo di stranieri, che avevano catturato ed ucciso il suo mortale nemico Atahualpa, ed era venuto ad offrire i suoi servigi.

Manco II fu bene accolto e Pizarro accarezzò il disegno di sostituirlo al defunto Tupac Huallpa, ma, per il momento occorreva pensare alla conquista del Cuzco che Quizquiz si ostinava a difendere. Il principe peruviano aveva denunciato il pericolo di un imminente incendio della capitale, per rappresaglia e Pizarro inviò due capitani con quaranta cavalieri in avanscoperta. Come giunsero in vista della città, costoro videro, effettivamente, delle volate di fumo che si innalzavano dai tetti. Nello stesso tempo scorsero anche un nugolo di nemici e d’istinto li caricarono con impeto, trascinando nell’assalto anche la moltitudine di indigeni ausiliari che li accompagnavano.

La loro azione rischiò di tramutarsi in un disastro perché si erano scontrati proprio con la truppa scelta di Quizquiz. Il suo nome fu sufficiente a provocare il terrore nelle truppe ausiliarie degli Spagnoli che si strinsero impaurite ai loro padroni ostacolandone i movimenti, proprio mentre Quizquiz si lanciava all’attacco. Nella mischia che seguì gli Spagnoli ebbero i primi feriti e stimarono di non poter reggere lo scontro. Riuscirono a districarsi e si diedero alla fuga, convinti di essere seguiti e fatti a pezzi, ma stranamente furono lasciati fuggire. Era accaduto che Quizquiz, reso accorto dalla superiorità dei cavalli in campo aperto, aveva temuto uno stratagemma per fargli rompere le file e si era attestato sulle sue posizioni, perdendo così l’occasione per cogliere uno strepitoso successo.

Con quest’ultima azione Quizquiz chiuse l’operazione di difesa del Cuzco. Aveva ritenuto indifendibile la capitale degli Inca e non volle farsi intrappolare in un assedio dall’esito scontato. La sua tattica presupponeva la mobilità dei suoi eserciti e l’avveduto generale portò le sue truppe fuori dalla portata delle cariche di cavalleria inoltrandosi nei territori montani dove fiumi profondi e gole scoscese rendevano nullo il vantaggio delle truppe montate.

Il 15 novembre del 1533 i primi cavalieri entrarono nella città indifesa prendendo posizione nella piazza principale. La campagna della conquista del impero inca era quasi terminata, perché stava nascendo un rivolta anti spagnola che avrebbe fatto di nuovo infiammare il Perù.

il sapa inca Manco II esercitava un potere nominale sulla regione del Cuzco, sotto l’attenta tutela dei conquistadores, ma intere regioni erano sfuggite al suo controllo. Gli Spagnoli, concentrati nella capitale, a Juajua e a San Miguel, non potevano, per il momento, occuparsi dell’immenso territorio e ovunque le etnie, già soggette al Cuzco, avevano approfittato per rendersi indipendenti, nella convinzione che gli antichi signori non esistevano più, in quanto tali, e che i nuovi dominatori si disinteressassero di loro.

Pizarro non disponeva, all’epoca, di forze sufficienti per impadronirsi di tutto il paese, ma era solo questione di tempo. Le notizie sul favoloso tesoro sottratto agli Inca si era diffusa nelle colonie spagnole e una moltitudine di avventurieri si preparava a raggiungere il Perù, nella speranza di partecipare alla scoperta e alla distribuzione di nuove ricchezze. Occorreva predisporre un porto per accogliere tutti quei volontari e per installare una base di operazioni che consentisse un raccordo, via mare, con Panamá e le altre colonie.

Il sito fu individuato in un porto naturale poco lontano dal santuario di Pachacamac e Pizarro stesso si adoperò per fondarvi la sua capitale. Avrebbe voluto che si chiamasse sontuosamente la città di Los reyes, ma sarebbe invece stata conosciuta come Lima, il nome che distingue, ancor oggi, la capitale dell’odierno Perù.

La tutela del Cuzco venne lasciata ai suoi giovani fratelli, Juan e Gonzalo, in attesa che il più avveduto Hernando Pizarro tornasse dalla Spagna, dove si era recato per consegnare il quinto del riscatto di Atahuallpa, di spettanza della Corona. Questa decisione non aveva però incontrato il gradimento di Almagro che aveva delle mire personali sulla capitale degli Inca. In effetti, negli accordi stipulati tra lui e Pizarro, tutto il territorio a Sud di duecento leghe dal villaggio di Zamaquella era di sua spettanza e pareva proprio che il Cuzco rientrasse in questa giurisdizione.

I fratelli Pizarro, giovani e animosi, si opposero con la forza alle sue pretese e la situazione rischiò di precipitare, tanto da indurre lo stesso governatore Francisco a accorrere sul luogo della contesa, sospendendo, per il momento, l’opera di fondazione di Lima.

I due antichi soci, grazie anche all’intervento di alcuni intermediari, riuscirono a comporre amichevolmente la vertenza. Fu convenuto che Almagro avrebbe tentato l’esplorazione dei territori ancora più a Sud, che venivano identificati con il titolo di regno del Cile. Se, come si vociferava, erano ancora più ricchi di quelli del Perù, ne avrebbe goduto il possesso, in caso contrario sarebbe tornato e avrebbe occupato il Cuzco con pieno accordo di tutti.

I 3 luglio 1535, Almagro partì dunque per il Cile con una consistente armata. Lo accompagnavano il fratello di Manco e il gran sacerdote dell’impero oltre a una miriade di portatori indigeni. Nel Cuzco invece restavano i fratelli del governatore col compito di sorvegliare il giovane signore degli Inca.

I fratelli Pizarro avevano una loro particolare interpretazione della funzione di sorveglianti. Il governatore, loro fratello, aveva raccomandato di rispettare la mestà di Manco che serviva da catalizzatore dell’unità dell’impero, ma loro, avventati e irresponsabili, non si peritarono di sottoporlo alle più odiose angherie. Dapprima si limitarono ad estorcergli dell’oro, ma poi, in un crescendo di vessazioni di ogni genere, giunsero a violentare le sue mogli e ad orinargli addosso, dopo avergli smoccolato sul viso delle candele. Infine lo esautorarono completamente arrivando a incatenarlo, nella piazza principale, in bella vista di tutti i suoi sudditi.

Manco, probabilmente non aveva mai amato in modo particolare gli Spagnoli, tuttavia era disposto a convivere con loro pur di mantenere la sua maestà regale, ma non poteva accettare di apparire, agli occhi del suo popolo, come un ridicolo zimbello. Il suo sentimento si tramutò pertanto nel più cupo odio ed egli prese a considerare l’opportunità di procedere alla loro espulsione.

Neppure il ritorno del fratello  Hernando Pizarro che, più saggio e controllato dei suoi fratelli, fece cessare immediatamente le loro persecuzioni, servì a fargli mutare parere. La sua decisione era ormai presa e attendeva soltanto il momento più propizio per dare corso ai suoi disegni. L’occasione gli si offrì quando Hernando gli permise di lasciare la città, con la scusa di andare alla ricerca di una statua d’oro in una contrada vicina.

Quando Hernando si rese conto che la sua avidità gli aveva giocato un brutto tiro era ormai troppo tardi. Tutti gli Inca erano già in armi e convergevano su Cuzco che, dall’oggi al domani, si trovò stretto d’assedio. Era il maggio del 1536. Il blocco sarebbe durato ben undici mesi.

Il 6 maggio gli Inca iniziarono l’attacco, perfettamente organizzati in squadroni multicolori, ognuno con i propri generali e le proprie insegne. Erano una moltitudine impressionante: il loro numero è stato stimato dai cronisti dell’epoca, alcuni dei quali erano presenti al fatto d’arme, tra i cento e i duecentomila uomini. Gli Spagnoli potevano opporre soltanto duecento soldati, di cui settanta muniti di cavalli e un migliaio di indigeni ausiliari.

Le ostilità si aprirono con un nutrito lancio di proiettili di ogni tipo che costrinse gli Spagnoli a rifugiarsi, con le corazze ammaccate, all’interno di due enormi palazzi di pietra antistanti la piazza principale. Gli Inca allora diedero fuoco ai tetti di paglia delle case, con l’intento di stanarli, ma il fuoco non si propagò a quello del “Suntur Huasi” dove si erano rinchiusi i loro nemici che, seppur mezzo asfissiati poterono resistere. Per sei giorni le parti in lotta si fronteggiarono cercando di sopraffarsi, ma gli Inca non riuscivano a sloggiare gli spagnoli dal loro rifugio e questi, quando tentavano delle sortite, erano ricacciati indietro da un nugolo di pietre miste a frecce.

Lo smarrimento cominciava a serpeggiare tra le file degli Spagnoli, molti dei quali avrebbero voluto tentare di aprirsi un varco per cercare la salvezza verso Lima. Hernando Pizarro, che aveva assunto il comando non era però d’accordo perché sosteneva che la strada verso il mare sarebbe stata una trappola, dovendo attraversare gole scoscese in cui gli Inca avrebbero avuto buon gioco ad assalirli. Nessuno, poi, aveva notizia dei numerosi ponti sui fiumi impetuosi che, con ogni probabilità, erano stati distrutti. Ciò nonostante una qualche azione si imponeva perché gli indigeni dall’alto della fortezza di Sacsayhuaman, che sovrastava la città, rendevano impossibile ogni movimento agli assediati.

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la fortezza di Cuzco Sacsayhuaman.

Fu uno degli indigeni  alleati ad avere l’idea di prendere la fortezza, fingendo di fuggire per poi ritornare inaspettati e fu Juan Pizarro che si incaricò dell’impresa. Al momento convenuto, con uno squadrone di cavalleria, forzò il fronte nemico e si diresse verso Lima, perdendosi in lontananza. Gli Inca caddero nella trappola e inviarono delle veloci staffette per avvertire i loro di intercettare la pattuglia in fuga, ma questa, una volta fuori dalla vista, fece dietro front e, fatto un largo giro, pervenne alle pendici del forte dal lato opposto a quello della città, tra la sorpresa generale.

Anche Juan Pizarro doveva però avere una sorpresa. La fortezza, dal lato in cui si apprestava ad assalirla si sviluppava in pianura e gli Spagnoli pensavano di aver ragione dei difensori con una rapida carica, ma questi avevano costruito un terrapieno e i cavalli non poterono superarlo.

Juan Pizarro avrebbe potuto ritirarsi, ma non volle sentire ragione. Cavalcava senza elmo perché una ferita alla mandibola gli impediva di calzarlo e avanzò a capo scoperto fin sotto le mura. Una pietra, meglio diretta delle altre lo colpì al capo e lo scavalcò. I suoi riuscirono a recuperarlo, ma per lui era finita. Di lì a pochi giorni, sarebbe morto dopo una dolorosa agonia.

Gli Spagnoli, malgrado questa drammatica perdita, non desistettero dall’attacco. La conquista di Sacsahyuaman era per loro una questione di vita o di morte e la posizione raggiunta dalla pattuglia fu mantenuta. La lotta per la fortezza si trasformò in un assedio nell’assedio. I difensori indigeni, tormentati dalla fame e dalla sete, falcidiati dal tiro delle balestre cominciarono a cedere, mentre il grosso del loro esercito concentrava i suoi sforzi sulla città.

Si videro episodi di valore da ambo le parti che meritano di essere ricordati. Uno spagnolo, Hernando Sanchez de Badajoz, scalò da solo una delle torri che reggevano la difesa della fortezza e riuscì a tenere a bada gli occupanti finché i suoi non giunsero a dargli man forte. Su un’altra torre un capitano inca, tale Cahuide, armato alla spagnola, con tanto di spada e corazza sottratta al nemico, tenne testa agli assalitori spronando i suoi uomini e compiendo gesta di grande valore. Quando poi vide che la posizione era perduta, si coprì la testa col mantello e si gettò nel vuoto piuttosto che cadere prigioniero.

Quando, infine, la fortezza cadde nelle loro mani, gli Spagnoli tirarono un sospiro di sollievo, ma la situazione restava disperata e non avevano modo di sapere se i loro compatrioti nel resto del paese erano ancora in vita o se loro erano gli ultimi europei ancora in vita nell’intero Perù.

A Cuzco, frattanto, l’assedio si trascinava tra alterne vicende. Hernando Pizarro imbaldanzito dal successo di Sacsayhuaman concepì il disegno di sorprendere Manco nel suo accampamento. Il suo drappello venne però intercettato in una gola e riuscì a riguadagnare il Cuzco con grave rischio. Hernando era però coraggioso e volle tentare ancora di aver ragione dell’avversario con un’azione di sorpresa. Saputo che Manco II, dopo la sua sortita, aveva prudentemente spostato il suo quartier generale a Ollantaytambo si diresse arditamente verso quella fortezza. Il luogo era però imprendibile e gli Spagnoli furono a loro volta assaliti e messi a mal partito.

 

Se Manco II avesse deciso di assalire, in quel frangente,  Cuzco sguarnito, probabilmente avrebbe conquistato la città, ma il sovrano inca si ostinò ad attaccare le forze che avevano cercato di catturarlo. Dietro suo ordine un fiume venne fatto deviare dal suo corso e le campagne, in cui era attendato l’esercito spagnolo, vennero allagate. Hernando decise allora di sacrificare il suo accampamento e, di notte, lasciato accesi i fuochi e intatte le tende, fuggì verso  Cuzco. La ritirata venne scoperta e gli Spagnoli dovettero destreggiarsi tra campi allagati e nemici in agguato. Riuscirono comunque a raggiungere  Cuzco, a prezzo di alcune perdite e di molta paura.

La situazione era ormai stabilizzata e la guerra continuò con manifestazioni di ferocia da entrambe le parti. Gli Spagnoli presero ad uccidere anche le donne inca per debilitare moralmente i loro guerrieri a cui mozzavano la mano destra se catturati. Gli Inca, dal canto loro, infierivano su ogni spagnolo che fosse caduto nelle loro mani ed erano soliti tagliargli i piedi e le mani. Era comunque evidente che gli Inca non avrebbero più potuto occupare il Cuzco e che gli Spagnoli non avrebbero potuto liberarsi dell’assedio.

La stagione delle semine, frattanto, incombeva e gli indigeni erano ansiosi di tornare ai loro campi per non incorrere in una terribile carestia, ma Manco voleva fare ancora un ultimo tentativo. Un nuovo fattore si intromise, però, prepotentemente nella contesa allarmando entrambi i contendenti: Diego de Almagro era tornato dal Cile

La spedizione nel Sud dell’impero si era trasformata in un disastro e l’adelantado, questo era il titolo di Almagro, si presentava a rivendicare i suoi diritti. Preso coscienza della situazione non pose tempo in mezzo. Tentò dapprima di convincere Manco ad appoggiarlo contro i Pizarro, nemici di entrambi, ma, viste le titubanze dell’inca, lo affrontò in battaglia costringendolo alla fuga. Si volse poi verso il Cuzco che occupò quasi senza combattere facendo prigionieri sia Gonzalo che Hernando Pizarro.

Un esercito frattanto si avvicinava. Era stato inviato da Lima, appena liberata, in soccorso del Cuzco ed era, ovviamente fedele a Pizarro, ma Almagro non si lasciò intimorire e lo affrontò risolutamente in battaglia, alle porte di Cuzco, sbaragliandolo completamente.

Sembrava che la sorte avesse arriso all’antico socio di Pizarro, ma la sua vittoria aveva soltanto dato inizio ad un’altra fase della tormentata storia del Perù: quella delle guerre civili tra i conquistadores spagnoli.

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cavaliere spagnolo attacca due soldati inca.  

Manco II aveva combattuto per l’indipendenza del suo popolo e aveva perso la battaglia, ma non per questo avrebbe desistito dalla lotta. In un sicuro recesso sulle Ande avrebbe fondato un piccolo regno indipendente, quello di Vilcabamba e da qui avrebbe continuato a combattere contro gli odiati invasori, in nome delle tradizioni della sua stirpe e della religione dei suoi avi.

alcuni anni dopo Con l’aiuto delle informazioni di molte spie, la spedizione spagnola riuscì ad ingannare la difesa di Vilcabamba, a distruggere Vitcos ed a catturare, dopo una caccia accanita, il giovane re. Così, dopo un sommario giudizio nella antica capitale dell’impero, Tupac Amaru l’ultimo sovrano inca fu decapitato nel maggio del 1572

Con la sua morte termina ufficialmente la conquista del Perù. La popolazione dai tempi dell’arrivo di Pizarro si era ridotta del 50%.

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Tupac Amaru l’ultimo imperatore inca.

 lista dei sovrani inca

Manco Capac

Sinchi Roca

Lioque Yupanqui

Mayta Capac

Capac Yupanqui

Inca Roca

Yahuar Huacac

Viracocha Inca

Pachacutec 1438-1460

Tupac Inca Yupanqui 1460-1475

Huayna Capac 1475-1525

Huascar 1525-1532

Atahualpa 1532-1533

Tupac Huallpa 1533

Manco II 1534-1544

Sayri Tupac 1544-1561

Titu Cusi Yupanqui 1561-1571

Tùpac Amaru 1571-1572

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